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A proposito del parto – trovo questa frase in un libro di Isabel Allende che sto leggendo (Paula). La copio qui.

<< C’e’ un momento in cui il viaggio iniziato non puo’ essere interrotto, corriamo verso una frontiera, passiamo attraverso una porta misteriosa e ci svegliamo dall’altra parte, in un’altra vita. Il bambino entra nel mondo e la madre in un altro stato di coscienza. Nessuno dei due e’ piu’ lo stesso. >>

poi piu’ avanti:

<< Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la morte, la vita e’ puro rumore tra due insondabili silenzi. >>

Io voglio aggiungere quanto adoro esserci attivamente nella vita. Son felice di essermi buttata in questa corrente di trasformazione. Essere madre e’ una spinta  che va oltre me stessa. E’ l’agire (a volte anche controvoglia) al servizio del crescere, dell’evolvere, del passaggio, della mutazione. I silenzi del prima e del dopo li taccio, perche’ per ora, non mi e’ dato di sapere.

 

 

 

… ed ho visto i sorci verdi. E’ stato un parto ‘naturale’  e come spesso accade nei parti successivi al primo, e’ stato un parto parecchio veloce. Alle quattro e un quarto di notte mi sono svegliata per le prime avvisaglie, doloretti, niente di che ed e’ stato facile li’ per li’ avere la sensazione che la seconda volta avrei avuto tutto sotto controllo. Alle 6 i doloretti diventano un po’ fortini, ma decido di lasciar dormire gli altri ancora un po’.  Cambio idea molto velocemente, sveglio Jos, dicendogli ‘ ma non ti preoccupare..’, subito dopo pero’ lo imploro di chiamare l’ostetrica che gli dice ‘ arrivo tra mezz’ora, mettila sotto la doccia’. Jos mi mette sotto la doccia e se ne va … (a far che?). Provo a cercar sollievo nell’acqua calda, ma non lo trovo.  Uscita dalla doccia crollo carponi, l’osterica mi trova abbracciata al vasino di Dario in preda a conati di vomito. Mi controlla e sono gia’ 7 cm di dilatazione. Questo vuol dire che non facciamo in tempo ad andare a nessun ospedale di Amsterdam. Vuoi partorire a casa? NO! Allora dobbiamo rimanere qui vicino, nella clinica di Amstelveen. Mia madre mi aiuta ad infilarmi qualcosa in fretta e furia, e sono gia’ giu’ con gli incisivi affondati nel sedile posteriore della macchina, mentre Jos ci mette un tempo interminabile a raccogliere tutti i suoi aggeggi  videocamer-fotografici. Alle otto e trenta sono all’ospedale, Evvai Fatemi una bella iniezione di anestetico, come l’altra volta…. No-non-si-puo’! Come non si puo’? No, non si puo’. E’ troppo tardi. Insisto. Mi ripeto. Imploro. Desisto solamente quando non mi rispondono piu’ e cominciano a dirmi cazzate tipo ‘ Sono fiera di te! Stai facendo un ottimo lavoro. Me lo dicono tutti, ostetrica, infermiere, Jos, usando le stesse parole ed io capisco che non ho scampo. Non esistono pause tra una doglia e l’altra, ricordo tra le mie urla testuali parole dell’ostetrica “Push, through the pain! Ilaria, listen to me! Don’t scream. Use the energy to push it through the pain!” E dietro tutti gli altri in coro, infermiere e Jos, le stesse parole … Mentre Sergio vedeva la luce, io credo di aver visto la madonna o forse Jimi Hendrix.  E’ nato alle 9 e 48. Niente a vedere con i tempi eterni della nascita di Dario, ma ha avuto il suo prezzo. L’infermiera che mi ha aiutato a ricompormi aveva un occhio verde ed uno azzurro (Ho chiesto conferma a Jos che non fosse una visione). La sala parto era la numero 4. Ed ora ho due bambini. :-)

Sono passati due anni e mezzo, ma ho preso appunti, perche’ non volevo assolutamente dimenticare.

Il 3 aprile 2006, a 41+2 (ossia 9 giorni oltre il termine), la mattina, dopo avermi visitato e trovato che l’ambiente era maturo per dare una mano all’avvio del travaglio, l’ostetrica mi propone lo ‘strippen’ ossia lo scollamento delle membrane amniocoriali. (E’ un metodo di induzione al travaglio che consiste nello scollare con un dito le membrane amniocoriali dalla superficie interna del collo dell’utero). – Si! Qualsiasi cosa pur di liberarsi di questo pancione.-
Torno a casa e comincio a sentirmi strana, qualche crampetto, preoccupazione e fifa, piu’che altro. Verso le 16.30 era chiaro che quei crampi erano doglie. Il dolore era sopportabilissimo (come dolori mestruali), solo che la paura mi provocava una fastidiosissima nausea. Verso le 18 chiamiamo le ostetriche che vengono a casa, mi controllano  (2 cm di dilatazione, doglie ogni 6 minuti) e mi chiedono se voglio partorire in casa o in ospedale. -Ospedale,  plis -
Verso le 21 ero ancora a 3 cm, ma le doglie arrivavano ogni 3 minuti, dunque si organizza la dipartita: Astrid, Chantal (le ostetriche), Jos (il papa’), i nonni materni e la sottoscritta tutti all’ospedale, stanza 44.
All’ospedale il mio corpo decide di congelare la situazione: 3 cm, doglie a 3 minuti, 3 numero perfetto, dolore sopportabile … e verso le 23 le ostetriche mi propongono di rompere le acque per smuovere un po’ il processo. Ci metto una mezz’ora buona a decidere, sempre perche’ avevo paura. Ma poi spinta anche dall’insistenza dei “cari” (E dai rompi queste acque, cosi’ nasce e ce ne andiamo tutti a casa), cedo. Le acque vengono rotte, le ostetriche insistono che sono scure e dunque la presenza di meconio sarebbe una ragione per passare il testimone ai medici e ginecologi dell’ospedale. Le ostetriche dunque a mezzanotte sono le sole a poter andar via (Si, andate … il sonno e’sacro. Voi che domani dovete pure lavorare). Comunque ad acque rotte il travaglio non accelera gran che. Io nel frattempo avevo chiesto e ottenuto una bella iniezione di antidolorifico ed ero in uno stato un po’ rimba, attaccata a tutti quei sistemi di monitoraggio, di cui ricordo solo il biip – biip. Pare che i medici non fossero d’accordo sulla sofferenza fetale del bimbo, pare che quella notte l’ospedale sia stato preso d’assalto da millanta partorienti, tutte con priorita’ di attenzione medica piu’ alte della mia. Insomma, parcheggiata nella stanza 44, ricordo i controlli ogni 2 ore (4 cm, 6cm, 8 cm), le facce stanche dei miei cari ed uno strano conflitto dentro di me che mi diceva che se volevo partorire dovevo prima o poi lasciare quello stato pallato e cedere un po’alla sofferenza, quella vera.
Alle 9 di mattina mi danno una mano e mi mettono sotto ossitocina. Lentamente guadagno centimetri ed unita’ di misura dolorifiche, fino a verso le 12 allorche’ si manifestano le doglie di spinta in tutto il loro splendore. Finalmente ‘capisco’ come funziona. I muscoli dell’addome che cominciano a dare delle strizzate pazzesche, incontrollabili, potentissime, mai provate in alcun’ altra occasione. Tu stai li’ e puoi solamente assecondare (per ogni doglia di spinta mi dicono di prender fiato, spingere al massimo e ripetere 3 volte), per il resto sei in balia della natura, il corpo va da solo, il bimbo nascera’. Credo mi siano anche usciti degli urli pazzeschi, non tanto per il dolore che si’ era forte, ma per una questione di esplosione di energia. Quest’ultima fase e’ durata circa 40 minuti e Dario e’ nato alle 13.31 del 4 Aprile. (Stanza 44, 4 aprile, centralino dell’ospedale 44 44444 … )

Appena l’ho avuto tra le braccia gli ho detto “Puzzone, finalmeeeeeeente”, e l’innamoramento mi e’ montato dentro ai massimi livelli, mettendo in secondo piano tutto il resto.  Il papa’ poi ha tagliato il cordone ombelicale, ha annunciato il suo nome “Dario” con una voce dolcissima e poi sono cominciati tutti i click fotografici.
Dario appena nato e’stato tutto il tempo con me. Me l’hanno tolto solo qualche minuto per vestirlo, visitarlo e fargli il test Apgar, mentre io partorivo la placenta.
Sono uscita dall’ospedale il pomeriggio stesso. Fortunatamente non ho avuto brutti punti o tagli, in ogni caso sedersi ed andare in bagno nei 15 giorni a seguire mi ha dato i suoi bei -ehm- fastidi.

Raccontare il proprio parto e’ cosa buona e giusta. La condivisione fa tanto bene alle altre mamme. Presto anch’io mi voglio cimentare, ma fatemi cominciare dalla cornice, ossia da come funziona gestazione + parto in Olanda.  Per le gravidanze normali  i 9 mesi di gestazione sono seguiti solamente da ostetriche e non da veri ginecologi. Praticamente hai degli appuntamenti con frequenza che aumenta man mano che ti avvicini alla scadenza, dove loro ti prendono la pressione, ti misurano la crescita dell’utero, ti palpano per stabilire la posizione del bambino e controllano insieme a te il battito cardiaco del piccolo con un microfono appoggiato sul tuo pancione. (Che bello ogni volta sentire quel cloppiti, cloppiti, cloppiti). A seconda delle varie fasi della gravidanza, ti prescrivono delle analisi e delle ecografie. All’inizio della gravidanza, analisi del sangue di routine ed ecografia per stabilire se aspetti uno o piu’ d’uno e per stabilire la data del parto. Poi il ‘combinatieTest’ + misura della translucenza nucale per misurare la probabilita’ il bimbo abbia la Sindorme di Down o altri problemi genetici. Poi intorno alla ventesima settimana, l’ecografia morfologica. Quanto detto e’ standard, il resto viene discusso con te a seconda dei risultati delle analisi. Naturalmente se si manifesta qualche condizione patologica l’ostetrica ti spedisce dal medico ginecologo vero che prende in mano la situazione.

Alcuni ’orripiliscono’ altri esultano, ma l’idea di base e’ che se la tua gravidanza e’ senza complicazioni, tu puoi scegliere (anche mentre stai avendo le doglie) se partorire a casa o andare all’ospedale.  Qualche mese prima lo stimato lieto evento ricevi a casa un bel pacco con tutto l’occorrente per partorire ‘comodamente’  a casa tua, vicino ai tuoi cari, nel tuo letto o carponi nella tua vasca da bagno .. dove vuoi.  Le ostetriche accorrono h24 su tua chiamata se hai contrazioni ricorrenti ogni 5 minuti  che durano almeno 1 minuto, oppure se ti si rompono le acque e sono di colore scuro.  Una volta da te, ti controllano e tichiedono che vuoi fare.  Se vuoi andare all’ospedale, aspettano che il tuo utero sia almeno 3 – 4 cm dilatato e poi organizzano la dipartita. Anche in ospedale, se non sopraggiungono condizioni anomale, sono loro che ti aiutano nel parto.  Confesso ho avuto ed ancora ho la tentazione romantica di provare il parto a casa, ma non mi fido dell’aleatorieta’ di queste ‘condizioni anomale’ …  quindi meglio essere gia’ coricata in un letto di ospedale, vicino ad qualcuno che in principio dovrebbe essere in grado di aiutarti. Anyway, se rimani a casa l’unica anestesia a disposizione e’ : stringere i denti!

Dopo il parto,  c’e’ un servizio di assistenza alle neomamme  chiamato Kraamzorg. Per una settimana un’ infermiera viene a casa tua, controlla mamma e bebe’, insegna a prendersi cura del piccolo, aiuta nell’avviare l’allattamento e perfino nelle cose di casa, tipo dare una pulita la bagno, passare l’aspirapolvere e cucinare due spaghett…. no, spaghetti proprio no, sarebbe troppo. Facciamo due patate lesse.

Arrivai a nove mesi compiuti più una settimana rotolando, con una zavorra di convinzioni e varie rigidità accumulate durante il percorso. Avrei partorito in ospedale, sull’isola tiberina, l’avrei fatto da sola, si sarebbe chiamato Adriano.
Finì quindi che un venerdì notte, dopo aver sbagliato film al cine ed essere tornata a casa con le pive nel sacco, decadevo davanti alla tv del dopofestival con Elio e le storie tese.
Siamo alla frutta, pensai, e mi si ruppero le acque, che equivale a farsela addosso ma anche accettazione assicurata in ospedale. Alè.
Con una certa energia agganciai la borsa con le robe e andai a svegliare i miei vicini che erano le tre di notte.
Me li ricordo molto agitati di quell’agitazione felice, i miei. Che tenerezza. Io invece avevo la prestanza di un paio di red bull e vodka. Ero su di giri, finalmente l’avrei visto in faccia, il mio risultato.
In groppa al taxi rispolverai la scelta dell’ospedale San Giovanni Calibita. È quella giusta, mi dissi, l’ospedale è il luogo più sicuro, e poi un romano su sei nasce lì, aiutato tra gli altri anche dal mio medico, il mitico dottor Rizzo.
Il reparto maternità era gremito, pare per colpa della luna nuova che induceva tante donne a figliare tutte in quella notte. Così mi fecero firmare un foglio dove accettavo di fare il travaglio in barella, salvo poi parcheggiarmi in una grande stanza con due lettini e vista Tevere.
Nella stanza c’era Adele che travagliava da un po’, le offrii dell’acqua. Nessuna luce dentro, ma fuori la finestra Roma non m’era mai parsa così bella. 

Un paio d’ore dopo mi dissero che il bambino era lontano e le contrazioni insufficienti, un buon motivo per finire temporaneamente su una barella nel corridoio del reparto maternità.
Mentre partecipavo da spettatrice alla movida del reparto, tra urla di gestanti e barellieri, e qualche ripensamento (“se fossi stata in clinica non mi sarebbe successo, al diavolo la sicurezza” eccetera), passò la mattina e mi portarono nella stanza dove c’era Giovanna che badava al suo bimbo appena nato. A Giovanna avevano reciso la vescica per sbaglio, per colpa di un difetto congenito, pare.

Si fece sera ma le cardiotoco davano sempre lo stesso risultato: contrazioni non sufficienti.
Ma c’erano, miseriaccia, e facevano un male pazzesco, “ogni undici minuti non basta?”, faccio io. “Deve camminare, così accelera il percorso del bimbo”, dice l’ostetrica.
Fu così che cominciai a misurare il reparto con grandi vasche. Misi su le playlist che mi ero fatta donare per l’occasione dai miei contatti IM qualche sera prima. I corridoi oscuri erano attraversati da lamenti e vagiti e io facevo il fantasma con l’iPod, contavo le zolle del pvc, ogni tanto mi spingevo alla parete, contraevo e respiravo. Passai la notte tra dolori e allucinazioni, mentre il reparto maternità somigliava sempre più all’infermeria di M.A.S.H.

Per una serie di questioni, tra cui un certo pudore, avevo deciso che avrei affrontato tutto da sola. Mi ero preparata per mesi, studiando e esercitandomi a sostenere la rinascita con mio figlio. Le varie tecniche di gestione del dolore che avevo imparato al corso di preparazione al parto funzionavano ma non ero ancora al momento topico, e non avevo neanche un box-travaglio tutto per me dove sperimentarle. Maledizione!

Passò la mattina e non avevo più forze. Nonostante il mio fare evitante arrivò il treno con i parenti in visita che si aspettavano un marmocchio e invece c’ero io spalmata sul letto.
Poi finalmente arrivò il mio turno.

Il box era una stanza bianca spoglia con un lettino al centro e gli attrezzi per seguire l’andamento del travaglio. Mi attaccarono l’ossitocina per velocizzare l’iter e mi dissero che il travaglio, quello vero, stava per cominciare. Auguri.
Poi arriva il mio medico.
- Bene, ci siamo. Dov’è il padre?
- Non c’è.
- Perché non me l’ha detto?
- Perché non me l’ha chiesto.
- Bene. Adesso ci sono io.
Ecco, io il dottor Rizzo in quel momento l’ho amato. Perché mi ha ricordato che la fragilità, le emozioni, secoli di storia, avevano il loro peso. Bisognava lasciarsi andare. Avrebbe potuto farmi e dirmi tutto, Rizzo, l’avrei amato per sempre.
E infatti poco dopo aver ordinato il cesareo d’urgenza causa sofferenza fetale, dalle quinte del mio lettino in sala parto, cullata dal torpore gommoso dell’epidurale, ascoltai una lunga discussione sul Brescia in serie A.
Per fortuna arrivò Adriano e con un urlo preistorico mise a tacere tutti. Gli diedi un bacio di sfuggita e mi parve un bellissimo alieno, arrivato da un pianeta lontano. Aveva grossi piedi, la pelle arancione e grandi enormi infiniti occhi blu.
Quelli gli sono rimasti.

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