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Io non lo so quando Adriano ha iniziato a vivermi addosso. Ricordo di aver seguito la sua indipendenza quand’era appena camminante. Mi applicavo su alcuni stratagemmi. Staccarlo incoraggiandolo. Bastone e carota.
Poi deve essere successo qualcosa. Forse la stanchezza ha prevalso.
Ora che è oltre un mese che proviamo al nuovo nido e l’inserimento non funziona per niente, accendo la time machine alla ricerca dei bug.
Per come è messa la mia vita il nido è fondamentale.
E questo nuovo ho fatto carte false per portarci mio figlio. Ci tengo.
Arrivavo da quell’esperienza che pure cominciò con tanta sofferenza dimostrandosi poi fondamentale per la nostra famiglia monoparentale. La strada giusta verso la “libertà di farsi posto nel mondo”, come direbbe Ilaria.
Però le cose cambiano, e le persone e i luoghi. Ora siamo entrambi più consapevoli di ciò che ci aspetta. Aprirci al mondo ci renderà più vulnerabili, romperà i nostri equilibri, ci renderà normali.
Normalmente parte di una routine di giochi e illusioni per buona parte della giornata, per Adriano.
Normalmente dentro la spirale dei doveri di sussistenza, per me.
Così a consumarci covando l’illusione di stare facendo la cosa giusta.
Io però intimamente lo ricerco questo distacco, che è come una finestra spalancata su terra piena di nuove idee, sogni e progetti che si richiude ogni giorno troppo presto. Passano solo gli spifferi. Sono incastrata.
Per Adriano è solo un tempo troppo lungo a separarci che va evitato con tutte le armi possibili anche quelle che autodistruggono.
E quando siamo insieme l’unico modo per non perdermi è starmi addosso. Sempre.
Come ci si divide senza farsi del male?
Zio Manu che di mestiere fa il terapeuta cognitivista sostiene che un buon inizio sia frequentare altre famiglie con bambini.
Il punto è che qui in città tra amici e familiari vantiamo il cluster perfetto tasso di natalità = zero e ramazzare la rubrica alla ricerca di vecchi contatti non da i risultati attesi.
Facendo slalom tra le proposte di socializzazione offerte dalla città, mi sono imbattuta nella Musica in fasce dell’AIGAM.
Si tratta di corsi di apprendimento musicale per bambini secondo la Gordon Music Theory, alla libreria Esquilibri.
L’obiettivo degli incontri è “formare ascoltatori attenti”, nel tempo, con calma e passione (un obiettivo così umanamente concreto e compatibile da essere commovente).
La musica oggetto dell’insegnamento è in realtà il suono della nostra voce incoraggiato da un diapason, un lallare offerto ai bambini come gioco.
I genitori seguono l’insegnante in un’ora di prove d’orchestra vocale, i bimbi sono liberi di fare come gli pare, in realtà sono immobilizzati dall’avventura sonora.
Abbiamo passato belle ore, finalmente parte di un insieme non più una coppia esclusiva blindata nell’eremo.
Chissà che qualcosa non stia già cambiando.
Prima o poi avrei scritto un post ragionato sui nidi di Roma. Poi mi è successa questa cosa e allora va così.
Ho visitato numerosi nidi nel municipio in cui vivo e in quello in cui sto per trasferirmi, preso coscienza di diverse realtà e molte mancanze. C’è un divario evidente tra pubblico e privato, nel senso che i nidi pubblici, sarà che hanno risorse certe (o la “sicurezza” del pubblico impiego?), mi sono sembrati ben messi. In particolare lo scambio con gli educatori è stato bello, ho incontrato persone amorevoli che irradiavano quella solarità tipica di chi ha a che fare con i bambini avendoci il tempo e un bel progetto in mente.
Nel privato ovviamente infinite sfumature. Ci sono centri eccellenti (multilinguismo, giochi e tanto verde) la cui retta è molto onerosa, ma resta onerosa anche per soluzioni di minore qualità in cui si ha la sensazione che ciò che viene mostrato non sarà. L’incontro con questi educatori è vario, trovi persone competenti che riescono a dedicarti tempo, ma con una parte di queste hai sentore delle difficoltà di far quadrare il cerchio a fine mese.
Allora ci provi a iscrivere tuo figlio al nido pubblico, che c’è un bando con punteggi e graduatorie, perché il nido non è un diritto piuttosto un’incognita per una mamma lavoratrice. E scopri che nel nido che ti sta più vicino i posti disponibili sono 8, poi un altro con 20 e poi basta per svariati chilometri quadrati (siamo nella capitale d’Italia, quasi 3 milioni di abitanti). E un nido è bene che ti sia vicino, che se accade qualcosa devi precipitarti.
Poi c’è la graduatoria fatta di punteggi in cui giustamente vanno avanti quelli che non ce la fanno, poi anche i genitori soli con figli a carico dove però se lavori hai un punteggio maggiore che se non lavori (e se perdi il lavoro? vuol dire che almeno hai tempo per tenere tuo figlio? bah), e poi c’è l’indicatore ISEE che tiene anche conto dei soldi che hai in banca fino al 31 dicembre dell’anno prima, (ma se poi dai fondo per comprare casa?). L’insieme di questi dati occorre a farti entrare in graduatoria (ma a parità di punteggio, per la formazione della graduatoria, prevale la domanda che presenta l’ISEE più basso) e dirti quanto paghi perché le rette del nido pubblico variano “per ottimizzare il servizio”, e non ci sono tabelle di riferimento che possano anticiparti questi prezzi. Magari alla fine del percorso scopri che non sei molto lontano dal nido privato costoso dietro casa dove però i posti sono limitati e le iscrizioni, dicono, le chiudono verso maggio. E le graduatorie dei nidi pubblici escono tra maggio e giugno, (dicono, mica c’è una data certa).
Ma non parliamo di soldi ora, piuttosto del fatto che ho chiamato più volte in vari municipi per chiedere chiarimenti circa il mio spostamento di residenza, se in qualche modo potesse inficiare la domanda di iscrizione, che a Roma spostarti da un municipio all’altro è come cambiare città. E mi hanno detto che bastava inviare il cambio di residenza effettivo entro agosto.
Mi pareva ragionevole.
Non lo era.
Quindi mentre presento la domanda scopro che se cambio casa devo certificarlo nell’arco di tempo del bando (un mese), altrimenti ciccia. Tra le alternative proposte posso solo iscriverlo al municipio della mia vecchia residenza dove, ammesso che venga preso, bisogna far passare l’anno scolastico prima di chiedere lo spostamento nel nuovo municipio.
E non c’è autocertificazione, dichiarazione, proposta di censimento che tenga.
Se hai un imprevisto resti tale.
Da giovane simpatizzante radicale avevo difficoltà ad accettare nel satyagraha il digiuno come forma di lotta non-violenta. Il fatto mi creava angoscia e apprensione, ne comprendevo l’idea di fondo ma non riuscivo a risolvere la componente autolesionista. Ci studiavo, ne parlavo, ma nulla. Troppo lontano da me.
Ora Adriano, nel lungo percorso di inserimento al nido, attua lo sciopero della fame come forma di protesta contro le istituzioni. “Adesso mi tocca anche mangiare qui, ma siete matti” fa il telepate, mentre riscopro quella stessa sensazione di angoscia e apprensione.
Passerà anche questa mi ripetono intorno, ma l’idea che mio figlio inconsapevolmente applichi d’istinto questa forma di lotta mi fa pensare a quando da grande fiancheggerà qualche sponda estrema e io dovrò comprendere e mediare. Altro che nido.
Oggi è il terzo giorno di inserimento al nido, quello più difficile. Lascio Adriano con la maestra bella, lo saluto per ritornare dopo mezz’ora.
Appena fuori cedo all’emozione e mi faccio un pianto. Spero nell’effetto liberatorio, ma non succede nulla. Allora decido per una camminata così prendo un po’ d’aria e consumo la mezz’ora.
C’è un viale con gli oleandri e palazzetti d’epoca che quasi non sembra di stare a San Giovanni. È una bella giornata di sole.
In realtà non percorro che pochi metri, chilometri di pensieri in retromarcia, finché arrivo in un vicolo cieco: sono qui perché presa dalle spire di un sistema che mi chiede di produrre per consumare, per consentire una buona integrazione a Adriano. Rinuncio a stare con lui troppo presto, lo piazzo in un posto x con una persona y per avere il tempo di rimettermi comodamente le pastoie. Che merda.
Provo a immaginarmelo mentre gioca e gattona velocissimo alla scoperta della stanza, Adriano. Mentre rincorre oggetti che rotolano. Forse l’inserimento serve a questo. Crea fantasie per colmare un vuoto di sensazioni che tuo figlio non può raccontare.
Eppure questo distacco è prezioso. L’ho scelto. Ci sono stata su dei mesi, ho visitato tutte le strutture della zona, preso consigli, parlato con amici terapeuti, amiche mamme.
E qui trovo la via d’uscita dal vicolo cieco. Anzi una sorta di conforto mi pervade e sono gli ultimi cinque minuti della mezz’ora.
Entro e mi siedo ad aspettare Adriano.
Sulla parete c’è un quadretto con una coccinella attaccata e questo scritto:
“I bambini imparano ciò che vivono.
Se il bambino viene criticato,
impara a condannare.
Se vive nell’ostilità,
impara ad aggredire.
Se vive deriso,
impara la timidezza.
Se vive vergognandosi,
impara a sentirsi colpevole.
Se vive trattato con tolleranza,
impara ad essere paziente.
Se vive nell’incoraggiamento,
impara la fiducia.
Se vive nell’approvazione,
impara ad apprezzare.
Se vive nella lealtà,
impara la giustizia.
Se vive con sicurezza,
impara ad aver fede.
Se vive volendosi bene,
impara a trovare amore ed amicizia nel mondo.”
Sono perplessa sull’ultimo punto, ma sicuramente è per via dell’umore.
Arriva Adriano con un’espressione enigmatica. Uno sguardo severo, inedito, di accusa. Senza sorriso.
Questa negazione mi prende male. Chiedo alla maestra, ché evidentemente non riesco a capirci molto per l’agitazione, e mi risponde che lui è molto intelligente e scaltro e sta cercando di rimproverarmi per non esserci stata.
Mi dice che succede, è normale, ma per questo l’inserimento durerà di più.
