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Ci si è preparati per tempo, come nelle occasioni importanti. Gli ho parlato della novità mentre sceglievamo una bella foto da mettere sul gancio dove si appende la busta col cambio. Poi siamo scivolati sull’amicizia, è il momento buono per farsi degli amici che poi magari ti accompagnano nella vita e poi ora che c’è il letto nuovo possono venire anche a dormire da noi, e via sognando.
Ma al mattino Adriano non era poi così convinto di voler andare a scuola. Mesi in vacanza con la mamma full time e adesso di nuovo la prigionia scolastica… Così decido per una camminata liberatoria attraverso il parco passando davanti al Colosseo che è sempre un bel sentirsi romani quel passarci davanti.
C’è una processione silenziosa di bimbi che portano per mano i genitori lungo la salita boscosa di San Gregorio. Confabulano prima di lasciarsi per un grosso pezzo di giornata ognuno a fare il suo lavoro. Noi citofoniamo al Celio azzurro.

Entriamo in un dipinto in cui i sono rappresentati tre maestri in una stanza senza più pareti ma alberi infiniti. I maestri sono seduti per terra e giocano coi bambini, c’è chi legge una storia, chi gioca con le macchinine, chi bacia il nuovo arrivato, mentre tutto intorno è un gran rotolarsi per terra, parlarsi lingue primitive, conoscersi. È un’armonia commovente.
Mi metto buona in un angolo ma ho dovuto faticare per non giocare anch’io. La regola è essere presente per un po’ e poi andare, star via per un paio d’ore e poi tornare.
Decido così di tagliare per Villa Celimontana.

Fa ancora caldo ma si sta bene. Il parco deserto è un territorio popolato da animali fantastici, ne intravedo qualcuno del bestiario estivo di Adriano. Supero lo stagno delle tartarughe e vado a sedermi sotto un albero cavo dove il sole ricama uno strano arabesco sul prato.
– Ciao.
– Ti aspettavo.
– Mi è sembrato un buon inizio lassù in collina, no?
– Si, è un buon inizio.
– Bene, ci siamo. Sai già cosa fare? Idee?
– Una al giorno. Poco praticabili, ora non ho più il tempo che avevo prima.
– Cercare qualcosa di buono con il tempo che hai a disposizione.
– È quello che mi sono detta.

All’ora X varco il cancello e taglio corto per il giardino. Sono un po’ in ansia, ripenso all’esperienza irrisolta del nido, voglio fortissimamente che stavolta funzioni.
Vedo bimbi che giocano nella boscaglia, poi un Adriano sudato e inzaccherato mi passa di fianco urlando: “Mamma, è bellissimooo!”. Raggiunge un compagno e riprendono a correre insieme, si infilano in una casetta, si azzuffano e poi di nuovo fuori di corsa.
Li vedo tornare, “e tu come ti chiami?” “Mi chiamo Angelo”.
Che poi sarebbe il nome che avevo scelto per Adriano prima di imbattermi nelle memorie della Yourcenar.

Io non lo so quando Adriano ha iniziato a vivermi addosso. Ricordo di aver seguito la sua indipendenza quand’era appena camminante. Mi applicavo su alcuni stratagemmi. Staccarlo incoraggiandolo. Bastone e carota.

Poi deve essere successo qualcosa. Forse la stanchezza ha prevalso.

Ora che è oltre un mese che proviamo al nuovo nido e l’inserimento non funziona per niente, accendo la time machine alla ricerca dei bug.

Per come è messa la mia vita il nido è fondamentale.
E questo nuovo ho fatto carte false per portarci mio figlio. Ci tengo.
Arrivavo da quell’esperienza che pure cominciò con tanta sofferenza dimostrandosi poi fondamentale per la nostra famiglia monoparentale. La strada giusta verso la “libertà di farsi posto nel mondo”, come direbbe Ilaria.

Però le cose cambiano, e le persone e i luoghi. Ora siamo entrambi più consapevoli di ciò che ci aspetta. Aprirci al mondo ci renderà più vulnerabili, romperà i nostri equilibri, ci renderà normali.
Normalmente parte di una routine di giochi e illusioni per buona parte della giornata, per Adriano.
Normalmente dentro la spirale dei doveri di sussistenza, per me.
Così a consumarci covando l’illusione di stare facendo la cosa giusta.

Io però intimamente lo ricerco questo distacco, che è come una finestra spalancata su terra piena di nuove idee, sogni e progetti che si richiude ogni giorno troppo presto. Passano solo gli spifferi. Sono incastrata.
Per Adriano è solo un tempo troppo lungo a separarci che va evitato con tutte le armi possibili anche quelle che autodistruggono.
E quando siamo insieme l’unico modo per non perdermi è starmi addosso. Sempre.

Come ci si divide senza farsi del male?

Zio Manu che di mestiere fa il terapeuta cognitivista sostiene che un buon inizio sia frequentare altre famiglie con bambini.
Il punto è che qui in città tra amici e familiari vantiamo il cluster perfetto tasso di natalità = zero e ramazzare la rubrica alla ricerca di vecchi contatti non da i risultati attesi.

Facendo slalom tra le proposte di socializzazione offerte dalla città, mi sono imbattuta nella Musica in fasce dell’AIGAM.
Si tratta di corsi di apprendimento musicale per bambini secondo la Gordon Music Theory, alla libreria Esquilibri.

L’obiettivo degli incontri è “formare ascoltatori attenti”, nel tempo, con calma e passione (un obiettivo così umanamente concreto e compatibile da essere commovente).
La musica oggetto dell’insegnamento è in realtà il suono della nostra voce incoraggiato da un diapason, un lallare offerto ai bambini come gioco.
I genitori seguono l’insegnante in un’ora di prove d’orchestra vocale, i bimbi sono liberi di fare come gli pare, in realtà sono immobilizzati dall’avventura sonora.

Abbiamo passato belle ore, finalmente parte di un insieme non più una coppia esclusiva blindata nell’eremo.
Chissà che qualcosa non stia già cambiando.

Da giovane simpatizzante radicale avevo difficoltà ad accettare nel satyagraha il digiuno come forma di lotta non-violenta. Il fatto mi creava angoscia e apprensione, ne comprendevo l’idea di fondo ma non riuscivo a risolvere la componente autolesionista. Ci studiavo, ne parlavo, ma nulla. Troppo lontano da me.

Ora Adriano, nel lungo percorso di inserimento al nido, attua lo sciopero della fame come forma di protesta contro le istituzioni. “Adesso mi tocca anche mangiare qui, ma siete matti” fa il telepate, mentre riscopro quella stessa sensazione di angoscia e apprensione.

Passerà anche questa mi ripetono intorno, ma l’idea che mio figlio inconsapevolmente applichi d’istinto questa forma di lotta mi fa pensare a quando da grande fiancheggerà qualche sponda estrema e io dovrò comprendere e mediare. Altro che nido.

Oggi è il terzo giorno di inserimento al nido, quello più difficile. Lascio Adriano con la maestra bella, lo saluto per ritornare dopo mezz’ora.

Appena fuori cedo all’emozione e mi faccio un pianto. Spero nell’effetto liberatorio, ma non succede nulla. Allora decido per una camminata così prendo un po’ d’aria e consumo la mezz’ora.
C’è un viale con gli oleandri e palazzetti d’epoca che quasi non sembra di stare a San Giovanni. È una bella giornata di sole.
In realtà non percorro che pochi metri, chilometri di pensieri in retromarcia, finché arrivo in un vicolo cieco: sono qui perché presa dalle spire di un sistema che mi chiede di produrre per consumare, per consentire una buona integrazione a Adriano. Rinuncio a stare con lui troppo presto, lo piazzo in un posto x con una persona y per avere il tempo di rimettermi comodamente le pastoie. Che merda.

Provo a immaginarmelo mentre gioca e gattona velocissimo alla scoperta della stanza, Adriano. Mentre rincorre oggetti che rotolano. Forse l’inserimento serve a questo. Crea fantasie per colmare un vuoto di sensazioni che tuo figlio non può raccontare.

Eppure questo distacco è prezioso. L’ho scelto. Ci sono stata su dei mesi, ho visitato tutte le strutture della zona, preso consigli, parlato con amici terapeuti, amiche mamme.
E qui trovo la via d’uscita dal vicolo cieco. Anzi una sorta di conforto mi pervade e sono gli ultimi cinque minuti della mezz’ora.

Entro e mi siedo ad aspettare Adriano.
Sulla parete c’è un quadretto con una coccinella attaccata e questo scritto:

“I bambini imparano ciò che vivono.
Se il bambino viene criticato,
impara a condannare.
Se vive nell’ostilità,
impara ad aggredire.
Se vive deriso,
impara la timidezza.
Se vive vergognandosi,
impara a sentirsi colpevole.
Se vive trattato con tolleranza,
impara ad essere paziente.
Se vive nell’incoraggiamento,
impara la fiducia.
Se vive nell’approvazione,
impara ad apprezzare.
Se vive nella lealtà,
impara la giustizia.
Se vive con sicurezza,
impara ad aver fede.
Se vive volendosi bene,
impara a trovare amore ed amicizia nel mondo.”

Sono perplessa sull’ultimo punto, ma sicuramente è per via dell’umore.

Arriva Adriano con un’espressione enigmatica. Uno sguardo severo, inedito, di accusa. Senza sorriso.
Questa negazione mi prende male. Chiedo alla maestra, ché evidentemente non riesco a capirci molto per l’agitazione, e mi risponde che lui è molto intelligente e scaltro e sta cercando di rimproverarmi per non esserci stata.
Mi dice che succede, è normale, ma per questo l’inserimento durerà di più.

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