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La riunione per la programmazione didattica era un tranello. In realtà se n’è parlato gli ultimi cinque minuti mentre tutto intorno era un indossare giacche e accollarsi borse. La riunione era per farci conoscere.
All’inizio abbiamo lasciato i bimbi che guardavano il libro della giungla e siamo entrati in una delle stanze della scuola.
Questo l’esercizio: ognuno di noi avrebbe dovuto scegliere la persona che meno conosceva nella stanza e parlarci tre minuti. Poi ogni “coppia” si sarebbe presentata invertendo i ruoli.
A me è capitata Eva, bellissima, con la luce del tramonto riflessa sugli zigomi, Eva mi ha raccontato la sua vita di mamma documentarista. Poi è toccato a me dire quello che sai.
Adesso bisognava iniziare a raccontarsi, così, a turno, con Massimo che ci scherzava e linkava tutte le interviste, hanno cominciato due papà emozionati e un po’ goffi, poi una mamma americana e una nigeriana e così via. Lacrime, risate. Quante storie belle, tutte belle, belle le vite felicemente normali, belle le storie di famiglie allargate che più non si può, di amori che superano i Carpazi e gli Urali, storie di morti e rinascite interiori.
Quando è toccato a noi mi sono fatta avanti per prima, come richiesto ho messo una mano sulla spalla di Eva e l’ho raccontata a tutti. Lo stesso ha fatto lei con me, ma era la sceneggiatura di un documentario, no, un film d’autore di quelli lucidi e pacati, anche un po’ tristi. Applausi. Premio alla sceneggiatura per Eva, premio al soggetto che sono. Applausi per tutti, di liberazione e incoraggiamento. “Il vostro è un mestiere difficile” dice Massimo Guidotti, e poi accenna al viaggio nella memoria in cui ogni genitore sarà protagonista di una giornata speciale da passare coi bimbi a scuola a raccontare cose della propria infanzia. Non lo sa neanche lui esattamente perché, ma questo genere di cose funziona a meraviglia (non è vero, lo sa bene, sono vent’anni che fa questo lavoro, ma preferisce restare sul piano dell’alchimia emotiva anziché darci dentro di scienza, per semplificare).
Mentre torno a casa ripenso al carico emotivo di quelle due ore, ai maestri curiosi e divertiti che hanno giocato coi noi e si sono raccontati, alla passione con cui ci hanno tenuto in ballo fino alle otto di sera, alla voglia di far bene questo raffinatissimo lavoro di mediazione culturale.
Sembrerebbe tutto normale, ma oggi, da queste parti, è merce rara.
Ponyo sulla scogliera è uno di quei film che fanno sentire bene. È una fiaba marina piena di cose. C’è un mondo fantastico subacqueo che fa una gita in terraferma, c’è un’intera mitologia inedita, una storia tenera e avventurosa e spunti per gli adulti.
In questo senso è un film sulla diversità, sull’amore e sulla famiglia allargata moderno e ottimista che offre una visione delle cose di straordinaria leggerezza e positività.
Ma tutto questo arriva dopo, perché Ponyo è un film per bambini che rende bambini e non c’è un’età precisa per guardarlo, voglio dire, a me è piaciuto tantissimo e anche Adriano era divertito nonostante non riuscisse a tenere il passo della storia.
Il dvd esce a settembre. Consigliatissimo.
Una cosa non immaginavo di tutta quest’esperienza di maternità: che l’amore potesse funzionare come arma chimica. Mi riferisco al complesso insieme di sensazioni che scatena la prossimità con un neonato. Una tempesta amorosa che invade esistenze, recupera rapporti minati dal tempo, vecchie ruggini, lontananza.
Amici, vicini, passanti, colpiti dell’aura del bimbo, convergono su di noi.
Qualcuno reca doni di sapienza, altri promesse, altri ancora palpitano gioia e tenerezza. L’aver aperto per scelta e necessità il cerchio mononucleare crea un ipertesto di relazioni a cui non ero pronta e che ci avvolge costantemente con legàmi che non ho mai vissuto.
La chiamano famiglia allargata.
Appena trovo il tempo giusto approfondisco il concetto. Intanto vado a vivermela.
