You are currently browsing the tag archive for the ‘Adriano’ tag.

Una serie di cose di cui volevo parlare e alla fine riesco solo a metterle tutte insieme ché magari formano un pensiero.

Aprile. La seconda festa al Celio azzurro. Sempre tutti a rassettare e aggiustare la scuola alla mattina, poi il pranzo etnico con cose tipiche che arrivano dai paesi da cui arrivano le famiglie del Celio.
Io avevo portato la pastiera.

Su questo dedicarsi al bene comune, ognuno per quello che sa, ci sto costruendo i desideri per la scuola elementare che arriverà tra un paio d’anni. Nel senso che mi ci voglio mettere d’impegno, starci, dare e fare quello che posso: partecipare. Come se fosse un lavoro, ma di quelli belli, di quelli che impari sempre. Ne riparliamo, però, che messa così è un po’ sciatta.
Una dimensione ormai familiare, la sciatteria.
Insomma al pomeriggio ci avevano detto che c’era una recita. Pensavamo ai bambini. No. Erano i maestri, travestiti da guitti, che hanno inscenato una commedia: la Cucarachita. Cioè una storia che raccontano spesso ai bimbi però riletta per noi adulti. Parliamo delle avventure di uno scarafaggio che cerca marito.
Ma le risate… che la scuola veniva giù. Non immagini la bravura. Dei caratteristi di razza, bravi da non crederci.
E i bimbi tutti in prima fila che ridevano anche loro come matti a vedere i maestri travestiti.

Rimettersi in gioco, stare al gioco, rompere gli schemi, costruire nuovi schemi, creare una relazione, curare una relazione, fare esperienze, rileggere le proprie esperienze continuamente. Fare comunità.
Guidano loro, i maestri. E questi del Celio azzurro lo sanno fare bene il loro mestiere di guida, di coscienza critica, di specchio. Con le biografie educative ci hanno fatto affiorare i ricordi d’infanzia e continuano a tenere vivo quell’equilibrio che serve a star bene coi nostri figli. A noi che viviamo in città e abbiamo famiglie sghembe, o che arriviamo da lontano e tutto è più difficile, noi che tirare avanti è già un successo.

Maggio. Prima settimana senza Adriano da quando esistiamo. Lui al campeggio con la scuola, io in città.
Di quei giorni ricordo il vuoto. La casa improvvisamente grande e silenziosa e un’assenza fisica. Come il bimbo distratto della fiaba di Rodari, che perde i pezzi, anche io giorno dopo giorno perdevo arti, organi interni, memoria. Ma non c’era nessuno a riattaccarmeli. Una grande prova ma niente di inedito: vedi alla voce annullamento. Sulla mia ricostruzione devo lavorarci ancora parecchio, evidentemente.

In macchina verso Sperlonga c’era anche il papà di Angelo a cui avrei voluto fare tante domande ma non sono riuscita a creare una sintonia buona per dialogare. Così le domande sono rimaste nell’aria e chissà, al prossimo incontro.
Chiaro che l’integrazione culturale è una cosa per grandi.

Adriano mi ha accolto con “Mamma è stato bellissimo” e io me lo sono fatto bastare. Nei giorni successivi ogni tanto ritornava qualche esperienza, ma era evidente che mio figlio era cresciuto un annetto in una settimana, e anche nella pratica, allacciarsi le scarpe e vestirsi e trovare negli altri quel rifugio che fino a quel momento ero stata solo io.

Giugno. “Lacrimogeni” alla festa di chiusura dell’anno scolastico
La scuola ha allestito nel giardino tre mostre con i lavori dei bambini, per fasce di età.  Quella dei piccoli riprendeva i lavori di gruppo sui cinque sensi e le biografie educative, cioè le giornate passate col genitore. C’erano foto di Adriano che inscenava parti del mio racconto coi compagni. Era il pezzo mancante dell’esercizio che io non avevo mai visto, quello in cui si riprende la foto, i ricordi e li si rivive. C’era anche un filmino con tutte le esperienze, fatto montando foto e audio dei genitori e dei bimbi. Una cosa indimenticabile.

Per fortuna le luci della sala erano spente così ognuno poteva emozionarsi e lacrimare in santa pace.
Il picco è stato alla consegna delle pagelle. Niente di formale. A un certo punto passa una maestra e mi da un foglio.

Io te lo posto qui.

Giugno bis. “Tuo figlio evita il conflitto”.
Troppo rose e fiori fino ad ora. Tra malattie devastanti e stress ce l’avevo fatta ad arrivare a giugno con i due obiettivi che realmente mi premevano: seguire l’esperienza scolastica di mio figlio e ingranare col lavoro. Devastata e appagata fino al giorno in cui, prima per scherzo poi seriamente, coi maestri viene fuori questa cosa:
Tuo figlio è troppo buono. Evita il conflitto. Fagli passare più tempo coi bambini, passate più tempo con le famiglie.

- Lo lascio a scuola fino a tardi per questo
- Non è la stessa cosa

Non ho mai saputo cosa fosse successo quel giorno ma doveva essere parecchio evidente. Così mi ci sono messa anche io ad osservare meglio Adriano e ho capito di cosa stavano parlando. Scoprirlo m’è pesato (chissà da quanto tempo…) però meno male che ho capito.

Intanto, figlio mio, vai a stare dai nonni così ti inselvatichisci. Lì è pieno di bambini, e sulle famiglie, beh, ora ci lavoro.

“Mamma, mi fa male la lisca”

E con questa inauguriamo la stagione delle citazioni che avrei dovuto aprire con “Il pollo non lo voglio, io sono un erbivoro!” riportata dai maestri dell’asilo e seguita da grasse risate.

Adesso però devo cercare di capire perché gli fa male la schiena e aprire la nostra dieta al vegetarianismo :-S

Ci si è preparati per tempo, come nelle occasioni importanti. Gli ho parlato della novità mentre sceglievamo una bella foto da mettere sul gancio dove si appende la busta col cambio. Poi siamo scivolati sull’amicizia, è il momento buono per farsi degli amici che poi magari ti accompagnano nella vita e poi ora che c’è il letto nuovo possono venire anche a dormire da noi, e via sognando.
Ma al mattino Adriano non era poi così convinto di voler andare a scuola. Mesi in vacanza con la mamma full time e adesso di nuovo la prigionia scolastica… Così decido per una camminata liberatoria attraverso il parco passando davanti al Colosseo che è sempre un bel sentirsi romani quel passarci davanti.
C’è una processione silenziosa di bimbi che portano per mano i genitori lungo la salita boscosa di San Gregorio. Confabulano prima di lasciarsi per un grosso pezzo di giornata ognuno a fare il suo lavoro. Noi citofoniamo al Celio azzurro.

Entriamo in un dipinto in cui i sono rappresentati tre maestri in una stanza senza più pareti ma alberi infiniti. I maestri sono seduti per terra e giocano coi bambini, c’è chi legge una storia, chi gioca con le macchinine, chi bacia il nuovo arrivato, mentre tutto intorno è un gran rotolarsi per terra, parlarsi lingue primitive, conoscersi. È un’armonia commovente.
Mi metto buona in un angolo ma ho dovuto faticare per non giocare anch’io. La regola è essere presente per un po’ e poi andare, star via per un paio d’ore e poi tornare.
Decido così di tagliare per Villa Celimontana.

Fa ancora caldo ma si sta bene. Il parco deserto è un territorio popolato da animali fantastici, ne intravedo qualcuno del bestiario estivo di Adriano. Supero lo stagno delle tartarughe e vado a sedermi sotto un albero cavo dove il sole ricama uno strano arabesco sul prato.
– Ciao.
– Ti aspettavo.
– Mi è sembrato un buon inizio lassù in collina, no?
– Si, è un buon inizio.
– Bene, ci siamo. Sai già cosa fare? Idee?
– Una al giorno. Poco praticabili, ora non ho più il tempo che avevo prima.
– Cercare qualcosa di buono con il tempo che hai a disposizione.
– È quello che mi sono detta.

All’ora X varco il cancello e taglio corto per il giardino. Sono un po’ in ansia, ripenso all’esperienza irrisolta del nido, voglio fortissimamente che stavolta funzioni.
Vedo bimbi che giocano nella boscaglia, poi un Adriano sudato e inzaccherato mi passa di fianco urlando: “Mamma, è bellissimooo!”. Raggiunge un compagno e riprendono a correre insieme, si infilano in una casetta, si azzuffano e poi di nuovo fuori di corsa.
Li vedo tornare, “e tu come ti chiami?” “Mi chiamo Angelo”.
Che poi sarebbe il nome che avevo scelto per Adriano prima di imbattermi nelle memorie della Yourcenar.

Roma, quartiere Esquilino, il più popoloso della città. Delle scuole pubbliche dell’infanzia ho scritto, le scuole private invece sono tutte gestite da ordini religiosi ad esclusione della Maisonette, una scuola molto costosa dove insegnano inglese e francese.

Desidero che Adriano frequenti una scuola laica e che segua un percorso spirituale personale, come e quando vorrà.

Per cercare una scuola privata laica normale, intendo senza particolarità come il bilinguismo, bisogna spostarsi sul colle più vicino, il Celio.
Arcobalena, Celio Azzurro, Centro educativo San Gregorio, tutte strutture nate da occupazioni. Tutte vicinissime. Un triangolo in un fazzoletto di verde che guarda la città eterna.
Riesco a recuperare notizie sulle prime due, della terza mi accorgo quando vado al primo appuntamento con le maestre dell’Arcobalena.

La scuola Arcobalena
Bisogna prenotarsi. C’è un giorno in cui chiamare e devi farlo prima che puoi perché quella prenotazione ti posiziona in lista d’attesa.
Vado all’appuntamento.
C’è un’aula con una ventina di persone. La meastra Simona ci dedica un paio d’ore per raccontare come funziona la scuola, qual è la storia di quei luoghi, e il meccanismo di selezione. Ci fa vedere una lista. Io sono la decima ad aver telefonato e la terza in graduatoria per il gruppo dei “medi”. I bimbi sono divisi per età in tre gruppi. Adriano starebbe coi medi. È una lista lunghissima.

Non ricordo il rapporto numerico tra educatori e bambini, non mi interessa più. La persona che ho di fronte mi sta dando le risposte di cui ho bisogno. Anche a qualche domanda superflua, “La mensa è bio?” “Qualcosa sì, ma non tutto. Quest’anno abbiamo l’olio. Un papà è produttore, ce l’ha certificato. Ma tutto bio no, non ce la facciamo”.
Poi ci rimanda a un secondo incontro in cui visitare la scuola, il sabato, senza bambini.

Ci torno che è passato un mese con l’aula affollata di genitori e altre due ore di conversazione. Qualcosa si ripete, qualcosa no, questa volta c’è anche un’altra maestra, Claudia, che racconta storie da educatrice con una grande passione. Una bella persona.
La scuola naturalmente è fantastica, eco compatibile, rimessa a nuovo da un decennio. E fuori il giardino.

L’aula vibra di una smania da selezione. Pare un casting. Siamo in tanti e vorremmo passare tutti. Ma prima di noi un’incognita: hanno la precedenza quelli che non sono riusciti ad entrare l’anno precedente e i fratelli dei bimbi che sono già stati allievi.
La speranza si assottiglia ed esci dall’Acobalena col magone.

Alla fine ci hanno rifiutato. Non c’era posto neanche per tre bambini nel gruppo dei medi.

La scuola Celio Azzurro
Anche qui prenotarsi. E lo stesso giorno, che coincidenza.
Ma in questo caso è un incontro veloce, un colloquio con Massimo Guidotti, uno degli educatori.
Una scuola con educatori maschi.
Mentre aspetto vedo i bimbi giocare. Devono aver appena pranzato, c’è ancora un buon odore di cucina. Fuori piove ma lì dentro c’è il sole. Li vedo che scarabocchiano a un tavolo, altri stanno per conto loro, un gruppetto si insegue, altri ancora seguono il richiamo di un educatore. Una specie di anarchia organizzata che mi ha ricordato il posto dove sono venuta su. La casa dei miei somigliava tanto al Celio azzurro, con la libertà di gioco, le stanze con le porte aperte e un grande giardino pronto per i giorni di sole.
Da quando se n’è andato Luca le porte sono chiuse e il giardino deserto.

Massimo lo vedo che è un po’ stanco, chissà quante persone avrà visto dalla mattina. Mi spiega come funziona il Celio azzurro, che i bimbi non sono divisi per età ma per attività quotidiane, che sono bimbi che arrivano da posti e storie diverse, ma io lo sapevo, li avevo studiati e li avevo scelti. Il discorso cade sul documentario che parla di loro. Mi dice che soffrono di non poterne disporre come vorrebbero, gli dico che la rete è piena di copie pirata che girano da tempo.
Poi le solite cose, ci sono tante richieste, “Io fosse per me li prenderei tutti”, mi fa.
Provo a spiegargli che a scuola con Adriano ci sono anche io, che ho bisogno di saperlo in un posto dove è felice, altrimenti non riesco a fare nulla, né a lavorare.
Ci salutiamo.

All’uscita butto un occhio allo spazio verde, c’è un boschetto di bambù e un piccolo orto. Mi pareva di sentire la voce di mia nonna che mi chiamava.

E allora ho desiderato con tutte le mie forze che Adriano potesse frequentare quei luoghi e quelle persone.
Che se esiste un destino, qualche volta potrebbe pure giocare a favore.

A tre anni puoi sederti a guardare tuo figlio che costruisce architetture di lego.

A tre anni puoi sederti a pensare come rispondere a “Mamma cosa succede quando moriamo?”

A tre anni finalmente ti senti una persona completa, hai superato gli ostacoli e definito le novità. Lavori quello che basta nel poco tempo a disposizione, e non è che una parentesi nella giornata con tuo figlio.

Se lo racconti ti credono solo le donne, e nessuna che faccia domande.

> Dedicata ad Adriano: Non diventare grande mai, Eugenio Finardi

Vecchie cose

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.