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sergio-duracell

Non resisto in un posto più di due settimane. Tra case strette e luoghi remoti cerco un centro di gravità permanente. E questo è il problema.
Poi però ci sono i lati positivi. È come avere una casa in ogni posto che vai, se ci torni. E se ci torni trovi gli stessi oggetti e le stesse persone e questo è rassicurante. E queste persone hanno voglia di stare con te, così le relazioni rimangono vive e non si ammalano di routine.
Non è male ma non può durare.
Devo fermarmi e mettere radici.
Devo considerare una prima lieve separazione dal bimbo ma i nidi d’infanzia sono prigioni di cemento. Come fa un educatore alle prese con 6 bimbi che gattonano, chiusi 6 ore in una stanza? Sulle babysitter ho molte riserve, affideresti mai il tuo neonato a una sconosciuta? Anche se conosciuta e referenziata lui non potrà mai dirti se è accaduto qualcosa.
Il legame fisico con Adriano è ancora molto forte, d’accordo con il pediatra continuo l’allattamento per curare una forte intolleranza, e forse per questo nego il distacco.
Ho deciso di non rispondere più alle domande “com’è la tua giornata?”, “non ti manca il lavoro?”. Beneficio di tutto il tempo possibile concesso dal congedo parentale, un tempo sacro e pericoloso in cui potresti abiurare la mistica del lavoro per arrivare vicinissima al senso della vita.
Sposto un po’ più in là l’asticella delle decisioni.

Ma tra un po’ mi fermo e metto radici. Adriano gattona.

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