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Prematuramente conscia della mia innata abilità nella rimozione di interi lustri di memorie, a 14 anni già riempivo diari, certa che mi sarebbero serviti negli anni avanti (come poi è stato) a capire i perchè dei miei comportamenti e a comprendere meglio me stessa e i miei percorsi.
Per anni la storia è andata avanti così e ora ho un cassetto pieno zeppo di quadernetti carichi di vita vissuta e raccontata nero su bianco, ma totalmente – TOTALMENTE – scomparsa dal mio bagaglietto esistenziale.
E ora??
In questi giorni di gravidanza tardiva, sofferta, attesa e poi finalmente vissuta, che faccio?
Non scrivo una riga??
Insomma, niente sui quadernetti e niente sul blog?
La cosa ha meravigliato anche me, costringendomi a buttar giù un mazzetto di pagine che non arriveranno neanche ad una ventina in nove mesi di casalinghità.
E’ vero che tra qualche anno ricorderò poco o nulla di tutto questo, degli ultimi giorni de ‘la-mia-vita- per-come-la-conosco’. Però almeno ho capito la ragione di tanto silenzio grafologico: la difficoltà di elaborare ed esprimere emozioni o immagini che non siano già state pensate e scritte miliardi di volte e che invadono grandi aree della Rete occupate dalla maternità con i suoi annessi, connessi, testimonianze e caramellosi (o disperanti) resoconti.
E’ un po’ come l’amore. Come fai ad essere originale??

Farà anche compagnia e tenerezza. Sarà pure una delle possibili sensazioni fisiche in assoluto più forti nella vita di una donna. Rassicurerà le gestanti più ansiose di sapere se il poprio bambino è in buona salute…
MA ACCIDENTI, CHE IMPRESSIONE!
Ho 43 anni, di cosette ne ho viste e sperimentate come tutte le signorine della mia età. Ma cavolo: questa cosa dei movimenti di una creatura viva e autonoma all’interno del proprio corpo la si dà troppo per scontata.
Ti leggi chilometri di pagine sui dolori di schiena, sul mal di stomaco e su come prevenire le smagliature. Ma ci fosse uno, dico un solo testo sulla gravidanza che ti avverta di quanto sia impressionante (almeno per chi non ha mai ospitato un Alien nella propria pancia) sentire e poi veder muovere qualcosa all’interno del tuo stesso corpo.
Io ci sono rimasta male. Ne avevo sentito parlare e credevo che fosse più una cosa visiva che percepita fisicamente. E invece cavoli! E’ un’esperienza, almeno a mio parere, fortissima e indimenticabile.
All’inizio pensavo che fosse ‘troppo’ evidente, che ospitassi in me un piccolo in preda agli spasmi nervosi. Poi ho visto qualche video su Youtube… e ho capito.
Ho capito che è tutto previsto, che è appunto tutto scontato. E che sotto la chiave di ricerca ’belly baby movements’ si nasconde un esercito di donne sdraiate sulla schiena con le webcam puntate sul proprio ombelico, tutte indistintamente gorgoglianti di entusiasmo e risolini.
Sarà. Sarà pure bellissimo. Io ancora non mi ci sono proprio abituata e forse preferivo vederlo muovere solo nelle prime ecografie, piuttosto che sotto i vestiti.
Almeno fino ad oggi, quando il pupo, con una serie di violenti sussulti, ha deformato la mia maglietta.
E, all’improvviso, IL MIRACOLO: ecco che sono tornata a respirare, ad incamerare aria nei polmoni quasi come una persona normale dopo una notte e una mezza giornata di semi-apnea.
Insomma, oggi ho ringraziato quel terremoto inguinale. E per la prima volta, lo ammetto, l’ho trovato fantastico anch’io.
Facile. Troppo facile girare per la città con una pancia che ti precede di qualche centimetro. Improvvisamente la gente – gli estranei intendo – se ne accorge e non pensa più che sei semplicemente una persona in sovrappeso. E si scatena. 
Chi si allarga in un sorriso che è quasi un riflesso nervoso involontario. Chi non resiste e ti chiede di toccare l’amena protuberanza. Chi ti mostra al figlio di tre anni, utilizzandoti come compendio del loro corso familiare di educazione sessuale (Ti ricordi, Valerio, come ti spiegava mamma… che i bambini stanno nella pancia? Lì dentro ce n’è uno!).
Insomma, man mano che le cose diventano più difficili per te che te la porti addosso, la pancia rende più facili quelle cosette secondarie che sono le relazioni umane. Tu arrivi con la tua pancia in una stanza e, anche se la tua faccia è stravolta dai colori violacei del reflusso gastrico, sembra che con te quasi entri un biglietto vincente della Lotteria Italia con tanto di Raffaella Carrà al seguito.
Chi ne avrebbe più bisogno, invece, non dispone di questa ‘sporgenza’ a segnalare il suo stato di necessità. E invece forse dovrebbe poter essere individuata con un evidenziatore e coccolata a vista da chiunque la incontrasse.
Pensavo, in questi giorni, a quelle donne e ragazze che perdono (spesso a ripetizione) i loro bambini.
Io ci sono stata in quel fantastico club (anzi, mi sento ancora più una socia di quel club piuttosto che di quello ‘Future Mamme’) e so bene che già tendi di tuo a rintanarti nel tuo dispiacere. In più, per tutti quelli che incroci, sei solo una (nei migliori casi, eh!) dallo sguardo particolarmente abbattuto e non una donna alle prese con qualcosa che la mamma non gli aveva mai, nemmeno minimamente preventivato.
Ecco. Ho fatto un pensiero per quelle compagne di viaggio di cui nessuno si accorge e alle quali nessuno presta attenzione. Perché fuori sono donne come le altre, ma dentro sono delle vertigini di sconforto.
E non penso soltanto a loro. Un paio di sere fa ho chiamato il mio compagno, chiuso a leggere in un’altra stanza, perché per la prima volta la mia pancia ha visibilmente sobbalzato cambiando forma. Il mio socio di vita è arrivato ridendo e ci abbiamo scherzato su, proprio come ogni coppia fa in questi casi. ‘Come ogni coppia’, appunto. Ma il giorno successivo, caricandosi tutto a solo le borse della spesa davanti al mio sguardo carico solo di gratitudine (Come avrei fatto se fossi stata sola?), mi ha detto: “Ieri, quando la tua pancia si è mossa da sola, ho pensato a tutte quelle donne che, per scelta o no, vivono la gravidanza tutte sole. Dev’essere difficilissimo non poter condividere NIENTE”.
Un ultimo pensiero speciale va proprio a tutte quelle solitarie, testarde, coraggiose Guerriere.
Strano a dirsi, ma l’aspetto della gravidanza che mi ha sorpreso di più in questi ultimi mesi è quello dell’incredulità femminile.
Spinta dalla ginecologa a prendere la maternità anticipata fin dal secondo mese di gravidanza (causa età avanzata e poliabortività), una delle domande che mi sono sentita fare più frequentemente (accompagnata da facce tra il compassionevole e lo scettico) è stata: … già a casa tutto il giorno!!??… e che fai? Ma non ti rompi da morire?? E non hai paura che ti freghino il posto???
Allora, sono d’accordo sul fatto che noi-donne-degli-anni’80 ci abbiamo tirato su a colpi di “i figli non sono tutto”, “prima di tutto fatti una posizione, tanto puoi fare figli fino a 40 anni” (balla madornale!). Ma è possibile che qualche mese di inattività lavorativa (nel mio caso, dopo 24anni24 di lavoro multitasking
ininterrotto) incutano tutto ‘sto terrore nelle donne della nostra generazione?
In fondo, voglio pure dire, gli altri Paesi civili (non mi risulta che in Italia sia possibile) prevedono addirittura un anno sabbatico proprio per permettere a qualunque individuo lavoratore di dedicare uno spicchio della propria vita a fare quel che più gli va. Ci sarà pure un motivo, o no?
Ma a quanto pare qui in Terra Patria impera l’horror vacui. Horror di cui io, ormai al sesto mese di gravidanza, non ho mai, neppure per un istante, avvertito il baratro. E’ vero che all’inizio della cosa mi sono lasciata andare a pensieri come:
- visiterò finalmente tutti i musei di Roma nei giorni feriali in cui gli altri poveracci stanno chiusi in ufficio;
- farò come minimo almeno due corsi di lingue
- farò tutti i giorni, NATURALMENTE!, un’ora di palestra
- divorerò decine di libri in santa pace
- andrò all’Ikea in piena mattina, senza essere costretta a portarmi i paraorecchi per il casino e i parabordi per la folla.
Inutile dire che, di tutti questi santi propositi, per ora ho portato a casa (ma con che goduria!) soltanto l’ultimo, proprio a causa della pigrizia che mina le membra. Ma anche per colpa del fatto che, quando si ha tempo, si perde un mucchio tempo. E sì, anche mesi interi! Detto questo, il mio sconcerto rimane quando ancora mi ripropongono la stessa domanda sullo spettro della noia da inattività professionale. Ma è possibile che la maggior parte delle donne non abbia accumulato nella propria mente, durante anni di ufficio, un piccolo, strabordante baule di aspirazioni, interessi e attività rimandate per colpa del lavoro e mai approfondite?? O comunque: anche il semplice fatto di poter disporre del proprio tempo anche solo per passeggiare al primo sole nelle strade tranquille della città, non è forse una delle libertà individuali più sacrosante che una persona possa desiderare?
Ho come l’impressione che ci abbiano messo i neuroni in centrifuga tanto da inibirci il godimento della pura Libertà.
