Roma, quartiere Esquilino, il più popoloso della città. Delle scuole pubbliche dell’infanzia ho scritto, le scuole private invece sono tutte gestite da ordini religiosi ad esclusione della Maisonette, una scuola molto costosa dove insegnano inglese e francese.

Desidero che Adriano frequenti una scuola laica e che segua un percorso spirituale personale, come e quando vorrà.

Per cercare una scuola privata laica normale, intendo senza particolarità come il bilinguismo, bisogna spostarsi sul colle più vicino, il Celio.
Arcobalena, Celio Azzurro, Centro educativo San Gregorio, tutte strutture nate da occupazioni. Tutte vicinissime. Un triangolo in un fazzoletto di verde che guarda la città eterna.
Riesco a recuperare notizie sulle prime due, della terza mi accorgo quando vado al primo appuntamento con le maestre dell’Arcobalena.

La scuola Arcobalena
Bisogna prenotarsi. C’è un giorno in cui chiamare e devi farlo prima che puoi perché quella prenotazione ti posiziona in lista d’attesa.
Vado all’appuntamento.
C’è un’aula con una ventina di persone. La meastra Simona ci dedica un paio d’ore per raccontare come funziona la scuola, qual è la storia di quei luoghi, e il meccanismo di selezione. Ci fa vedere una lista. Io sono la decima ad aver telefonato e la terza in graduatoria per il gruppo dei “medi”. I bimbi sono divisi per età in tre gruppi. Adriano starebbe coi medi. È una lista lunghissima.

Non ricordo il rapporto numerico tra educatori e bambini, non mi interessa più. La persona che ho di fronte mi sta dando le risposte di cui ho bisogno. Anche a qualche domanda superflua, “La mensa è bio?” “Qualcosa sì, ma non tutto. Quest’anno abbiamo l’olio. Un papà è produttore, ce l’ha certificato. Ma tutto bio no, non ce la facciamo”.
Poi ci rimanda a un secondo incontro in cui visitare la scuola, il sabato, senza bambini.

Ci torno che è passato un mese con l’aula affollata di genitori e altre due ore di conversazione. Qualcosa si ripete, qualcosa no, questa volta c’è anche un’altra maestra, Claudia, che racconta storie da educatrice con una grande passione. Una bella persona.
La scuola naturalmente è fantastica, eco compatibile, rimessa a nuovo da un decennio. E fuori il giardino.

L’aula vibra di una smania da selezione. Pare un casting. Siamo in tanti e vorremmo passare tutti. Ma prima di noi un’incognita: hanno la precedenza quelli che non sono riusciti ad entrare l’anno precedente e i fratelli dei bimbi che sono già stati allievi.
La speranza si assottiglia ed esci dall’Acobalena col magone.

Alla fine ci hanno rifiutato. Non c’era posto neanche per tre bambini nel gruppo dei medi.

La scuola Celio Azzurro
Anche qui prenotarsi. E lo stesso giorno, che coincidenza.
Ma in questo caso è un incontro veloce, un colloquio con Massimo Guidotti, uno degli educatori.
Una scuola con educatori maschi.
Mentre aspetto vedo i bimbi giocare. Devono aver appena pranzato, c’è ancora un buon odore di cucina. Fuori piove ma lì dentro c’è il sole. Li vedo che scarabocchiano a un tavolo, altri stanno per conto loro, un gruppetto si insegue, altri ancora seguono il richiamo di un educatore. Una specie di anarchia organizzata che mi ha ricordato il posto dove sono venuta su. La casa dei miei somigliava tanto al Celio azzurro, con la libertà di gioco, le stanze con le porte aperte e un grande giardino pronto per i giorni di sole.
Da quando se n’è andato Luca le porte sono chiuse e il giardino deserto.

Massimo lo vedo che è un po’ stanco, chissà quante persone avrà visto dalla mattina. Mi spiega come funziona il Celio azzurro, che i bimbi non sono divisi per età ma per attività quotidiane, che sono bimbi che arrivano da posti e storie diverse, ma io lo sapevo, li avevo studiati e li avevo scelti. Il discorso cade sul documentario che parla di loro. Mi dice che soffrono di non poterne disporre come vorrebbero, gli dico che la rete è piena di copie pirata che girano da tempo.
Poi le solite cose, ci sono tante richieste, “Io fosse per me li prenderei tutti”, mi fa.
Provo a spiegargli che a scuola con Adriano ci sono anche io, che ho bisogno di saperlo in un posto dove è felice, altrimenti non riesco a fare nulla, né a lavorare.
Ci salutiamo.

All’uscita butto un occhio allo spazio verde, c’è un boschetto di bambù e un piccolo orto. Mi pareva di sentire la voce di mia nonna che mi chiamava.

E allora ho desiderato con tutte le mie forze che Adriano potesse frequentare quei luoghi e quelle persone.
Che se esiste un destino, qualche volta potrebbe pure giocare a favore.