Arrivai a nove mesi compiuti più una settimana rotolando, con una zavorra di convinzioni e varie rigidità accumulate durante il percorso. Avrei partorito in ospedale, sull’isola tiberina, l’avrei fatto da sola, si sarebbe chiamato Adriano.
Finì quindi che un venerdì notte, dopo aver sbagliato film al cine ed essere tornata a casa con le pive nel sacco, decadevo davanti alla tv del dopofestival con Elio e le storie tese.
Siamo alla frutta, pensai, e mi si ruppero le acque, che equivale a farsela addosso ma anche accettazione assicurata in ospedale. Alè.
Con una certa energia agganciai la borsa con le robe e andai a svegliare i miei vicini che erano le tre di notte.
Me li ricordo molto agitati di quell’agitazione felice, i miei. Che tenerezza. Io invece avevo la prestanza di un paio di red bull e vodka. Ero su di giri, finalmente l’avrei visto in faccia, il mio risultato.
In groppa al taxi rispolverai la scelta dell’ospedale San Giovanni Calibita. È quella giusta, mi dissi, l’ospedale è il luogo più sicuro, e poi un romano su sei nasce lì, aiutato tra gli altri anche dal mio medico, il mitico dottor Rizzo.
Il reparto maternità era gremito, pare per colpa della luna nuova che induceva tante donne a figliare tutte in quella notte. Così mi fecero firmare un foglio dove accettavo di fare il travaglio in barella, salvo poi parcheggiarmi in una grande stanza con due lettini e vista Tevere.
Nella stanza c’era Adele che travagliava da un po’, le offrii dell’acqua. Nessuna luce dentro, ma fuori la finestra Roma non m’era mai parsa così bella.
Un paio d’ore dopo mi dissero che il bambino era lontano e le contrazioni insufficienti, un buon motivo per finire temporaneamente su una barella nel corridoio del reparto maternità.
Mentre partecipavo da spettatrice alla movida del reparto, tra urla di gestanti e barellieri, e qualche ripensamento (“se fossi stata in clinica non mi sarebbe successo, al diavolo la sicurezza” eccetera), passò la mattina e mi portarono nella stanza dove c’era Giovanna che badava al suo bimbo appena nato. A Giovanna avevano reciso la vescica per sbaglio, per colpa di un difetto congenito, pare.
Si fece sera ma le cardiotoco davano sempre lo stesso risultato: contrazioni non sufficienti.
Ma c’erano, miseriaccia, e facevano un male pazzesco, “ogni undici minuti non basta?”, faccio io. “Deve camminare, così accelera il percorso del bimbo”, dice l’ostetrica.
Fu così che cominciai a misurare il reparto con grandi vasche. Misi su le playlist che mi ero fatta donare per l’occasione dai miei contatti IM qualche sera prima. I corridoi oscuri erano attraversati da lamenti e vagiti e io facevo il fantasma con l’iPod, contavo le zolle del pvc, ogni tanto mi spingevo alla parete, contraevo e respiravo. Passai la notte tra dolori e allucinazioni, mentre il reparto maternità somigliava sempre più all’infermeria di M.A.S.H.
Per una serie di questioni, tra cui un certo pudore, avevo deciso che avrei affrontato tutto da sola. Mi ero preparata per mesi, studiando e esercitandomi a sostenere la rinascita con mio figlio. Le varie tecniche di gestione del dolore che avevo imparato al corso di preparazione al parto funzionavano ma non ero ancora al momento topico, e non avevo neanche un box-travaglio tutto per me dove sperimentarle. Maledizione!
Passò la mattina e non avevo più forze. Nonostante il mio fare evitante arrivò il treno con i parenti in visita che si aspettavano un marmocchio e invece c’ero io spalmata sul letto.
Poi finalmente arrivò il mio turno.
Il box era una stanza bianca spoglia con un lettino al centro e gli attrezzi per seguire l’andamento del travaglio. Mi attaccarono l’ossitocina per velocizzare l’iter e mi dissero che il travaglio, quello vero, stava per cominciare. Auguri.
Poi arriva il mio medico.
- Bene, ci siamo. Dov’è il padre?
- Non c’è.
- Perché non me l’ha detto?
- Perché non me l’ha chiesto.
- Bene. Adesso ci sono io.
Ecco, io il dottor Rizzo in quel momento l’ho amato. Perché mi ha ricordato che la fragilità, le emozioni, secoli di storia, avevano il loro peso. Bisognava lasciarsi andare. Avrebbe potuto farmi e dirmi tutto, Rizzo, l’avrei amato per sempre.
E infatti poco dopo aver ordinato il cesareo d’urgenza causa sofferenza fetale, dalle quinte del mio lettino in sala parto, cullata dal torpore gommoso dell’epidurale, ascoltai una lunga discussione sul Brescia in serie A.
Per fortuna arrivò Adriano e con un urlo preistorico mise a tacere tutti. Gli diedi un bacio di sfuggita e mi parve un bellissimo alieno, arrivato da un pianeta lontano. Aveva grossi piedi, la pelle arancione e grandi enormi infiniti occhi blu.
Quelli gli sono rimasti.


2 commenti
Feed dei commenti di questo articolo
5 settembre, 2008 a 8:27 am
Ilaria
Accidenti! Prometto di non lamentarmi piu’ delle mie misere 14 ore passate dalla rottura delle acque alla nascita di Dario. E si che qui hanno destato scalpore ed imboccato sospetti che il suo ritardo motorio possa essere derivato da sofferenza fetale.
5 settembre, 2008 a 1:30 pm
Flavia Brandi
Qualsiasi patologia presunta l’accrediterò alla discussione sul Brescia in seria A.